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L’alimentazione durante la gravidanza

16 Lug , 2018,
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La gravidanza rappresenta un periodo speciale nella vita di una donna e anche molto impegnativo in quanto richiede adattamenti importanti dal punto di vista fisico e diverse richieste metaboliche e nutrizionali specifiche che occorre soddisfare.

Stile di vita e corretta alimentazione sono punti cardine per il mantenimento della salute della gestante e del nascituro, non solamente durante il periodo della gravidanza ma già a partire dalla fase pregravidica.

Dal punto di vista nutrizionale, stati di eccessi o carenze possono impattare in maniera negativa su tutte le fasi di crescita e sviluppo del feto e successivamente del neonato, con conseguente maggiore rischio di sviluppare patologie in età adulta. Da quanto sostengono gli esperti, il periodo che comprende la fase fetale e i primi due anni di vita, è cruciale per la prevenzione di future malattie ed è quindi fondamentale la cura degli apporti energetici e nutrizionali.

Deficit energetici possono essere causa di un feto di piccole dimensioni rispetto ai prospetti di crescita, basso peso alla nascita e possibile conseguente statura ridotta in età adulta e anche diminuzione delle capacità cognitive.

Viceversa, condizioni di sovrappeso o obesità all’inizio della gravidanza o successivo aumento eccessivo di peso, possono essere causa di un peso elevato del bambino alla nascita e renderlo più predisposto a sviluppare in futuro eccesso di peso, malattie cardiovascolari e alterazioni del metabolismo glucidico (diabete).

 

ENERGIA

Quante volte abbiamo sentito dire “sei incinta, devi mangiare per due!” ma quanta verità c’è in questo detto? Poca! Per la donna incinta è raccomandato solo un moderato aumento dell’introito energetico, proporzionale al periodo di avanzamento della gravidanza, da ricercare tramite un graduale e bilanciato aumento dell’apporto di macronutrienti.

Abbiamo accennato ai rischi che un eccessivo aumento di peso della gestante possa comportare per il bambino, ma chiaramente questi riguardano anche la madre stessa, la quale potrebbe essere più propensa a sviluppare diabete gestazionale (con conseguente aumentato rischio di soffrire in futuro di diabete di tipo 2), gestosi, aborto spontaneo e complicanze durante il parto.

L’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) ha definito i parametri per la donna normopeso, per l’adeguamento calorico in gravidanza, equivalente a circa 70 kcal/die nei primi tre mesi, 260 kcal/die nel secondo trimestre e 500 kcal/die nel terzo, con relativo aumento di peso da mantenere entro gli 11-15kg totali.

Se la donna inizia la gravidanza in stato di sovrappeso/obesità o sottopeso, le condizioni cambiano. Nel primo caso l’incremento energetico dovrà essere più contenuto, così come l’aumento totale di peso che non dovrà superare i 6-11kg. Il periodo della gravidanza potrà così essere sfruttato per ridurre l’eccesso di massa grassa (e i relativi rischi associati) e ritrovarsi con un peso inferiore dopo il parto.

Per le donne sottopeso, invece, l’incremento calorico potrà essere leggermente superiore rispetto ai parametri indicati, per favorire un aumento di peso che può arrivare ai 18kg complessivi.

In tutti i casi è sempre raccomandabile fare riferimento al proprio medico curante e alla figura del dietista per una corretta valutazione dei fabbisogni calorici e nutrizionali specifici, per evitare il rischio di pericolosi squilibri nutrizionali.

 

 

PROTEINE

In gravidanza sono sicuramente il nutriente di maggiore importanza dal momento che è necessario sostenere la sintesi di tutti i nuovi tessuti materni e fetali durante tutto il periodo di accrescimento. Il normale fabbisogno aumenta ci circa 1 g/die nei primi tre mesi, 9 g/die nel successivo trimestre e 29 g/die nel terzo, quando sono massime le esigenze plastiche di crescita.

Particolare attenzione alla qualità delle proteine che vengono assunte. Sappiamo che quelle di origine animale hanno un valore biologico superiore in quanto complete di tutti e 9 gli aminoacidi essenziali che il nostro corpo non capace di sintetizzare. Le proteine vegetali risultano incomplete da questo punto di vista, le diverse fonti (cereali, legumi) hanno carenze differenti in uno o più aminoacidi essenziali che possono però essere compensate con corretti abbinamenti per ottenere una qualità proteica complessiva maggiore. Un apporto proteico inadeguato in gravidanza può incidere in maniera negativa su peso e lunghezza del futuro nascituro.

 

GRASSI

Per quanto riguarda i grassi, in gravidanza non sono necessari particolari adattamenti in termini quantitativi, il fabbisogno rimane compreso nel range del 20-35% dell’energia totale giornaliera, occorre però prestare attenzione all’aspetto qualitativo. Diventa indispensabile garantire un elevato apporto di acidi grassi omega 3, EPA e DHA, perché la loro normale sintesi endogena risulta insufficiente in gravidanza per coprirne l’aumentato fabbisogno. Questi nutrienti hanno un importante ruolo nel corretto sviluppo a livello cerebrale e della vista, in particolar modo il DHA, costituente delle cellule cerebrali e dei bastoncelli della retina.

Il loro fabbisogno risulta praticamente raddoppiato e rende raccomandabile un consumo di 2-4 porzioni settimanali di pesce, da scegliere preferibilmente tra pesci grassi di piccola taglia (pesce azzurro, sgombri, alici, sarde) oltre ad un’eventuale anche una supplementazione mirata.

 

CARBOIDRATI

Come abbiamo visto per i grassi, anche il fabbisogno giornaliero di carboidrati non si discosta dalle linee guida generali di assunzioni raccomandate, le quali prevedono un introito compreso tra il 45-65% delle calorie totali.

Attenzione, ancora una volta, alla qualità: da privilegiare carboidrati complessi, a basso indice glicemico, e alimenti ricchi in fibra. Largo spazio quindi a cerali integrali, legumi, verdura e frutta. Da limitare gli zuccheri semplici (zucchero aggiunto, dolciumi, bevande zuccherate…) che non devono superare il 10% del totale calorico, raccomandazione che diventa particolarmente importante in gravidanza per ridurre il rischio di insorgenza del già citato diabete gestazionale.

 

MICRONUTRIENTI

L’importanza di un adeguato apporto di vitamine e minerali è particolarmente rilevante in gravidanza a causa del ruolo fondamentale che questi nutrienti ricoprono in innumerevoli processi fisiologici e metabolici e per il corretto sviluppo e funzionamento dell’organismo. Il loro fabbisogno, in proporzione, aumenta maggiormente rispetto a quello dei macronutrienti e la loro importanza cresce in maniera esponenziale durante le diverse fasi della gravidanza. Eventuale insorgenza di stati carenziali esporrebbe madre e feto a severe conseguenze per la salute e lo sviluppo, in particolar modo occorre prestare attenzione a soddisfare le richieste di ferro, calcio, vitamina D, iodio e acido folico.

Il fabbisogno di ferro subisce un aumento progressivo per tutto il primo trimestre, periodo nel quale si verifica un accumulo nei tessuti del feto. Stati di anemia sideropenica sono molto diffusi nella popolazione e il rischio aumenta durante la gravidanza proprio per le aumentate richieste fisiologiche. Buone fonti alimentari di ferro sono rappresentate da prodotti animali quali carne e pesce; nel mondo vegetale lo ritroviamo principalmente in legumi e verdure a foglia verde, in una forma chimica che, però, risulta meno facilmente assimilabile.

Lo iodio è fondamentale per garantire un buon funzionamento della tiroide, per la produzione di ormoni della madre e del feto. Il suo fabbisogno vede un incremento di circa il 50% durante la gravidanza e il periodo che va dal secondo trimestre fino al terzo anno di vita del bambino rappresenta una fase critica per il rischio di sviluppare stati carenziali. Pesce, crostacei, vegetali e acqua sono delle buone fonti dietetiche di iodio ma molti studi hanno dimostrato che l’introito di questo minerale spesso risulta insufficiente rispetto al reale fabbisogno, è buona regola quindi prevedere una sua supplementazione già in fase pregravidica.

Fondamentale anche il ruolo del calcio, il quale durante la gravidanza viene mobilizzato in misura maggiore dallo scheletro materno per coprire le esigenze del feto. Il consumo di latte e derivati ne garantisce un buon apporto, meno rilevanti le fonti vegetali come cereali e ortaggi e non dimentichiamoci che una delle principali fonti di calcio è senza dubbi l’acqua.

Per il corretto sviluppo della massa ossea del feto è indispensabile la presenza di vitamina D, la quale ha poche fonti alimentari (olio di fegato di merluzzo, pesci grassi, uova, burro) ma può essere sintetizzata dal nostro organismo grazie all’esposizione ai raggi solari. Stati di ipovitaminosi sono, anche in questo caso, abbastanza frequenti, è perciò raccomandabile una supplementazione mirata per tutta la durata della gravidanza.

In merito ai folati, il loro fabbisogno è molto elevato a causa del ruolo fondamentale che ricoprono nello sviluppo fetale. Per questa loro importanza, il Ministero della Salute raccomanda una supplementazione di acido folico per tutte le donne in età fertile che non escludono attivamente una gravidanza. Tra le fonti alimentari troviamo vegetali a foglia verde, legumi, frutta secca, arance e frattaglie.

 

La corretta cura dell’alimentazione e del proprio stile di vita rappresentano i punti cardine per il mantenimento del benessere e della salute e diventa ancora più importante dedicarci attenzione in un periodo bello e delicato come quello della gravidanza, per potersi prendere cura, oltre che di sé stesse, anche del nuovo bimbo in arrivo!

Dieta Vegana

28 Mar , 2017,
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Secondo un sondaggio dell’Eurispes (Istituto di Ricerca degli Italiani) sono sempre di più in Italia le persone che decidono di seguire una dieta vegetariana. Dati del 2016 parlano di una percentuale dell’8% della popolazione, rispetto al 5,7% del 2015.

L’Italia risulta così essere il Paese europeo con il maggior numero di vegetariani, probabilmente anche grazie all’impronta della dieta mediterranea su cui si basa la nostra alimentazione.

Sono diverse le motivazioni che spingono ad avvicinarsi alla dieta vegetariana: motivi etici, per chi non ritiene giusto uccidere gli animali per cibarsene; motivi ambientalistici in quanto la produzione di carne ha un forte impatto ambientale sia per il consumo di risorse (acqua e cereali) sia per le emissioni di gas serra; motivi salutistici per chi ritiene la dieta vegetariana il modello alimentare più sano. Vedremo in seguito che ci sono basi valide a sostegno di quest’ultima tesi, a condizione però che la dieta venga gestita in modo equilibrato ed attento.

Ci sono diversi tipi di dieta vegetariana, ecco quali:

. dieta latto-ovo vegetariana: non vengono consumati carne e pesce ma sono ammessi uova, latte e derivati. Tra le possibili varianti è quella nutrizionalmente più completa perché mantiene l’apporto di proteine animali, ad alto valore biologico e una più ampia gamma di nutrienti;

. dieta latto-vegetariana: sono ammessi solo latte e derivati, escluse invece le uova, in quanto considerate “potenziali esseri viventi”;

. dieta vegana: tutti gli alimenti di origine o derivazione animale sono rigorosamente esclusi. La dieta è basata esclusivamente su alimenti vegetali e in genere viene posta attenzione anche al rispetto dell’ambiente relativo alla produzione di tali alimenti. In confronto alle precedenti opzioni è meno equilibrata e più povera in nutrienti;

. dieta vegetariana/vegana crudista: gli alimenti consentiti devono essere consumati rigorosamente crudi;

. dieta fruttariana: è previsto solo il consumo di frutta fresca o secca. E’ una dieta molto sbilanciata dal punto di vista nutrizionale.

 

Non è obbiettivo di questo articolo entrare nel merito dell’aspetto etico e ambientalistico di questo tipo di scelte, ma di valutare la dieta vegetariana per il suo effetto sulla salute.

Abbiamo già detto che è fondamentale gestire con particolare attenzione questo tipo di alimentazione perché è vero che la dieta vegetariana può avere molti aspetti positivi ma è  altrettanto vero che espone al rischio di sviluppare carenze nutrizionali se non gestita correttamente.

Vantaggi:

Frutta, verdura e legumi rappresentano un’ottima fonte di nutrienti di importanza fondamentale per il nostro organismo. Sono ricchi di vitamine, minerali, fibra e antiossidanti. Questi ultimi hanno la capacità di contrastare i radicali liberi dell’ossigeno, che vengono prodotti nelle reazioni metaboliche e che hanno effetti negativi sull’organismo. Possono causare mutazioni a carico del DNA, condizione favorente la comparsa di tumori. Tra le sostanze antiossidanti ricordiamo le vitamine A, C, E, i polifenoli e i flavonoidi, il licopene, tutti abbondantemente contenuti nei vegetali (in particolare quelli di colore giallo/arancione, i frutti rossi, i pomodori…).

La dieta vegetariana garantisce un buon introito di fibra, la quale facilita il transito intestinale diminuendo il tempo di contatto delle sostanze di rifiuto con le mucose e favorendone l’eliminazione. Questo sembra avere azione protettiva verso l’insorgenza di tumori del tratto intestinale. Anche se il nostro organismo non riesce a digerirla, la fibra viene utilizzata dai microrganismi della flora intestinale, con conseguente produzione di sostanze utili (es. acidi grassi a corta catena). Favorisce, inoltre, un miglior controllo della glicemia e del peso e limita l’assorbimento di colesterolo.

La riduzione del consumo di alimenti di origine animale riduce di conseguenza l’apporto di colesterolo e grassi saturi che, se consumati in eccesso, possono favorire lo sviluppo di patologie cardiovascolari, ipertensione, tumori e favorire l’eccesso di peso.

Svantaggi:

Se la gestione non è ottimale, le diete vegetariane, possono causare deficit nutruzionali, dovuti ad assunzione insufficiente di determinati nutrienti. Più a rischio sono, ovviamente, le varianti più restrittive, quindi la dieta vegana e quella fruttariana, le quali escludono completamente gli alimenti animali e quindi tutta una serie di nutrienti in essi contenuti.

Il nutriente più penalizzato sono sicuramente le proteine, elementi fondamentali per il nostro corpo, per la loro funzione strutturale (costituiscono i tessuti, i muscoli in particolare), regolatrice (enzimi ed ormoni) ed energetica. Le proteine animali hanno valore biologico più elevato perchè più complete come composizione in aminoacidi, rispetto a quelle  di origine vegetale. Legumi e cereali, infatti, pur apportando buone quantità di proteine, sono carenti in alcuni aminoacidi essenziali.

Scarso anche l’apporto di vitamine del gruppo B, la B12 in particolare, importante per il buon funzionamento del sistema nervoso.

L’esclusione del pesce dalla dieta comporta una riduzione dell’introito di acidi grassi omega 3, nutrienti essenziali molto utili al nostro organismo, soprattutto per i loro effetti benefici sulla prevenzione dei tumori e delle malattie cardiovascolari.

In merito ai minerali, una dieta vegetariana non bilanciata potrebbe causare un deficit di ferro, calcio e zinco, utili rispettivamente per la costituzione dei globuli rossi e il trasporto di ossigeno nel sangue (carenza di ferro può causare anemia), per la composizione di ossa e denti, per il buon funzionamento del sistema immunitario.

Come gestire correttamente la dieta vegetariana?

Una corretta gestione della dieta vegetariana permette di godere dei vantaggi e limitare gli svantaggi appena esposti. Vediamo come:

. variare le scelte: in ogni gruppo alimentare ogni alimento ha una composizione in nutrienti specifica. Spaziare con le scelte ci permette di coprire una più vasta gamma di micro e macronutrienti;

. scegliere prodotti di stagione, per garantire un consumo di prodotti freschi e un più ottimale apporto in nutrienti;

. sostituire correttamente: inserire nella dieta alimenti che possono fornire quei nutrienti a rischio carenza, esposti in precedenza. Le proteine animali possono essere sostituite correttamente abbinando legumi e cereali, che compensano le rispettive carenze aminoacidiche e dal consumo di soia; olio di oliva, noci e semi forniscono acidi grassi polinsaturi; il ferro ha buone fonte vegetali (legumi, soia, frutti secchi) anche se viene assorbito meno facilmente rispetto a quello presente negli alimenti animali, mentre il calcio, tipico di latte e latticini, può essere comunque assunto in buone quantità tramite acqua, vegetali a foglia verde (famiglia dei cavoli) e derivati della soia;

. latticini e uova: per i non vegani, consumare questi alimenti rende sicuramente la dieta più completa. Attenzione a non eccedere in quanto fonti di acidi grassi saturi e colesterolo;

. prediligere le varianti integrali: i cereali poco raffinati garantiscono un più ampio spettro di nutrienti che rende più completa la dieta;

In conclusione, studi scientifici riportano come effettivamente chi segue una dieta vegetariana ha statisticamente livelli più bassi di colesterolo ematico e pressione sanguigna e un rischio minore di sviluppare di patologie cardiovascolari e tumori. Questi dati devono però essere analizzati considerando che spesso, chi sceglie di seguire un regime vegetariano o vegano, è più attento in generale alla propria salute e conduce uno stile di vita più sano, praticando più attività fisica e astenendosi da fumo e consumo di alcol.

I medesimi effetti positivi sulla salute possono essere ottenuti, infatti, anche mantenendo una dieta onnivora che rispetti i canoni della dieta mediterranea e le indicazioni riportate nella piramide alimentare. Una dieta bilanciata e priva di eccessi risulta sempre la strategia vincente. (vedi articolo “alimentazione sana” à cliccabile).

piramide vegetariana

Fonti:

http://epic.iarc.fr
http://www.airc.it
http://eurispes.eu
http://ajcn.nutrition.org/content/89/5/1627S
http://www.heart.org/HEARTORG/
http://www.mayoclinic.org

Riso rosso fermentato: un amico nella lotta al colesterolo alto

18 Gen , 2017,
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L’ipercolesterolemia, uno dei fattori di rischio primari per le patologie cardiovascolari, è un problema sempre più diffuso. Al giorno d’oggi, è molto in auge l’utilizzo di integratori a base di riso rosso fermentato, ma cos’è esattamente questo prodotto?

Si tratta del comune riso da tavola (Oryza sativa), che viene fatto fermentare da alcuni ceppi di un lievito, il Monascus purpureus, al quale il prodotto deve la sua tipica colorazione.

Il suo utilizzo in Cina risale al lontano 800 a.c. ma è stato ufficialmente riconosciuto dalla farmacopea cinese solo nel quattordicesimo secolo come alimento capace di apportare benefici per la salute umana.

Questi effetti positivi sono dovuti alla presenza di molecole biologicamente attive che si sviluppano grazie ai processi enzimatici propri della fermentazione, ovvero le monacoline, in particolare la monacolina K. Questa sostanza è affine dal punto di vista chimico alla lovastatina, farmaco normalmente utilizzato per la cura del colesterolo alto.

Il meccanismo d’azione di queste due sostanze sul nostro organismo è il medesimo, sono in grado di inibire selettivamente l’enzima chiave coinvolto nella produzione endogena di colesterolo: l’HMG-CoA reduttasi. La conseguenza è una minore produzione di mevalonato, un substrato intermedio di questo processo, e quindi anche del prodotto finale.

Sono stati effettuati diversi studi per valutare quanto può essere realmente efficace questo prodotto per migliorare la colesterolemia: uno studio svolto in Cina su 324 soggetti con dislipidemie ha portato, dopo 8 settimane di trattamento, ad una riduzione del 23% del colesterolo totale, del 31% delle LDL e del 34% dei trigliceridi ed un concomitante aumento del 20% dei livelli di HDL (1). Uno studio del 1999 condotto su 88 pazienti affetti da ipercolesterolemia ha evidenziato un miglioramento significativo delle concentrazioni ematiche di LDL nei pazienti trattati, dalle 8 alle 12 settimane, con Monacolina K in confronto ai soggetti trattati con placebo (2). Ulteriori studi condotti con modalità analoghe hanno mostrato gli stessi effetti (3).

Anche l’EFSA (European Food Safety Authority), l’organo europeo che vigila sulla sicurezza in campo alimentare, nel 2011 si è pronunciata in maniera ufficiale in merito, riconoscendo la veridicità degli effetti positivi attribuiti al riso rosso fermentato (4). Gli esperti raccomandano 10mg al giorno di Monacolina K come quantitativo utile per regolare la concentrazione ematica di colesterolo.

Via libera, quindi, all’utilizzo di riso rosso fermentato per migliorare il proprio profilo lipidico ma, come sempre, attenzione al fai da te!

La monacolina, infatti, come abbiamo detto, è affine alle statine e questo vale per gli effetti positivi ma anche per i possibili effetti collaterali tipici di questi farmaci, che riguardano essenzialmente il sistema muscolare: comparsa di fastidio e dolore (miopatie) o, nei casi più gravi, rottura delle cellule muscolari (rabdomiolisi).

Va quindi sottolineato che è indispensabile fare sempre riferimento al proprio medico di base prima di “auto prescriversi” prodotti che abbiano effetti farmacologici sul nostro organismo, anche se vengono classificati come “semplici” integratori.

Spesso si pensa che gli integratori o i prodotti denominati naturali siano tendenzialmente privi di possibili effetti negativi, proprio perché naturali. Questo concetto è però errato, infatti molti farmaci utilizzano principi attivi derivanti proprio da composti naturali (ne è un esempio la morfina derivata dall’oppio).

E’ d’obbligo poi ricordare il ruolo fondamentale della dieta nella prevenzione e nel trattamento dell’ipercolesterolemia. Una dieta equilibrata, basata sui principi della dieta mediterranea è determinante per mantenere o ripristinare un buon profilo lipidico.

Le raccomandazioni nutrizionali mirate a questo obbiettivo sono:

  • limitare alimenti ricchi di grassi saturi e colesterolo (salumi, formaggi grassi, carne rossa, grassi animali);
  • prediligere le carni magre (pollo, tacchino, vitello..);
  • consumare regolarmente verdura, frutta, legumi, prodotti integrali, derivati della soia per aumentare l’apporto di fibra nella dieta;
  • aumentare l’introito di acidi grassi “buoni” consumando pesce e frutta a guscio;
  • sostituire i grassi animali (burro, strutto, panna) con oli vegetali (olio extravergine di oliva);
  • limitare cibi grassi e fritti;
  • limitare alimenti e bevande ricchi di zuccheri;
  • limitare le bevande alcoliche;

Un altro paladino della lotta all’ipercolesterolemia è l’attività fisica.

La pratica di attività aerobica regolare (almeno 3 volte a settimana per circa 1 ora) aumenta i livelli ematici di colesterolo HDL, il “colesterolo buono”, contribuendo a ridurre il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari.

Fonti:

http://www.inpha2000.it/wp-content/uploads/Risorosso.pdf

https://www.efsa.europa.eu/it

http://www.inran.it

Bibliografia:

  • Wang, Z Lu, J Chi et al “Multicenter clinical trial of the serum lipid-lowering effects of a Monascus purpureus (red yeast) rice preparation from traditional Chinese medicine”. 1997 Curr Ther Res 58:964-978
  • Heber D, Yip I, Ashley JM, Elashoff DA, Elashoff RM and Go VL, 1999. Cholesterol-lowering effects of a proprietary Chinese red-yeast-rice dietary supplement. American Journal of Clinical Nutrition, 69, 231-236.)
  • Lin CC, Li TC and Lai MM, 2005. Efficacy and safety of Monascus purpureus Went rice in subjects with hyperlipidemia. European Journal of Endocrinology, 153, 679-686
  • http://macrolibrarsi.s3.amazonaws.com/pdf/EFSA_Scientific_Opinion_Monacolin_K_from_red_yeast_rice.pdf

Attività fisica: un alleato

15 Mar , 2016,
admin

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Quando si parla di salute e benessere, medici e professionisti sanitari sono da sempre concordi nel raccomandare il mantenimento di uno stile di vita attivo e la pratica di regolare attività fisica.

Ma perché questo è così importante per il nostro organismo?

In genere si tende a pensare che i benefici derivino essenzialmente dal contributo che l’esercizio fisico può dare al mantenimento della linea, allontanando i rischi legati all’eccesso di peso, ma in realtà i vantaggi non si limitano a questo ma interessano la salute a 360°.

Innanzitutto definiamo cosa si intende quando di parla di “stile di vita attivo”.

Per potersi considerare fisicamente attivi, non è necessario diventare degli atleti o praticare attività sportive strutturate, è sufficiente modificare le proprio abitudini giornaliere per ridurre la sedentarietà. Al giorno d’oggi, infatti, siamo portati a muoverci sempre meno a causa delle molte comodità a nostra disposizione ma in ogni momento della giornata possiamo cogliere l’occasione per fare movimento: fare le scale invece di chiamare l’ascensore, usare la bicicletta o camminare invece di prendere l’automobile o, quando la si usa, parcheggiare più lontano rispetto alla nostra meta, scendere una fermata prima dai mezzi pubblici, praticare hobby fisicamente impegnativi (ballo, giardinaggio…), fare i lavori domestici,  portare a spasso il cane, fare passeggiate durante la pausa pranzo o dopo cena con la famiglia.

Questi piccoli accorgimenti ci permettono di mantenerci attivi quasi senza rendercene conto, aiutandoci a tenere “sveglio” il nostro metabolismo.

In aggiunta a queste buone abitudini, sarebbe consigliabile praticare con una certa regolarità dell’esercizio fisico programmato, come ad esempio nuoto, ciclismo, corsa, pallavolo, calcetto.  In seguito vedremo come le linee guida ci consigliano di strutturare questo tipo di attività.

Andiamo adesso a scoprire quali sono effettivamente i benefici che l’attività fisica può apportare al nostro organismo:

Forma fisica:

Come già accennato in precedenza, l’esercizio fisico è indubbiamente un prezioso alleato per tenere sotto controllo il peso, dal momento che favorisce un aumento del dispendio energetico giornaliero. In questo articolo (grassi si nasce o si diventa) abbiamo visto come lo stile di vita possa avere un effetto anche a livello genetico contrastando la predisposizione allo sviluppo di sovrappeso e obesità, riducendone il rischio di insorgenza.

Inoltre, l’associazione dell’esercizio fisico ad un regime ipocalorico bilanciato, permette di raggiungere risultati migliori non solo in termini di quantità di peso perso ma anche di qualità. Quando si dimagrisce, infatti, è fisiologica una certa riduzione della massa magra, ovvero del muscolo, oltre a quella della massa grassa che è nostro obbiettivo eliminare. La perdita di muscolo non è però positiva per il nostro organismo, è fondamentale quindi riuscire a ridurla al minimo. Questo è possibile se si segue una dieta impostata in maniera corretta (attenzione alle diete low carb!) e l’effetto è aumentato se si riesce ad associare dell’attività fisica che preservi i nostri muscoli e li mantenga tonici.

Un altro effetto positivo dell’attività fisica è l’azione stimolante sul metabolismo basale (quella quota di calorie che il nostro organismo consuma per mantenere le funzioni vitali) che ci permette di bruciare una maggiore quantità di calorie aumentando l’efficacia della dieta.

Salute:

I benefici di uno stile di vita attivo sulla salute sono molteplici e possiamo classificarli come diretti e indiretti. I primi sono dovuti all’effetto preventivo che l’attività fisica esercita sullo sviluppo di alcune patologie e di controllo o addirittura miglioramento se queste sono già presenti. I benefici indiretti sono dati, come già accennato, dall’aiuto nel mantenimento di una condizione di normopeso e della conseguente diminuzione del rischio di sviluppare malattie direttamente correlate all’eccesso di peso (ipertensione, diabete, dislipidemie…).

Vediamone alcuni:

  • Diminuzione del rischio di sviluppare ipertensione dei soggetti predisposti;
  • Miglioramento del profilo lipidico: aumento del colesterolo buono (HDL) e riduzione di quello cattivo (LDL) e dei trigliceridi, con conseguente riduzione del rischio di aterosclerosi;
  • Abbassamento della glicemia e maggiore controllo del diabete;
  • Effetto preventivo sullo sviluppo di tumori e diminuzione del rischio di recidive;
  • Rafforzamento delle ossa e della muscolatura con conseguente effetto preventivo e migliorativo dell’osteoporosi;
  • Potenziamento del sistema immunitario;
  • Rafforzamento del sistema nervoso e cardiocircolatorio;
  • Azione stimolante sulle capacità cognitive e miglioramento del tono dell’umore;

Sulla base degli studi scientifici che hanno portato alla luce questi effetti positivi, gli studiosi sono concordi nell’affermare che svolgere attività fisica in maniera moderata ma regolare riduce significativamente il rischio di mortalità per tutte le cause, rispetto alla conduzione di una vita sedentaria. Insomma… un buon motivo per iniziare a muoversi!

Quanta attività fisica è necessaria?

Le indicazioni di base delle linee guida raccomandano di mantenersi attivi e di camminare a passo sostenuto per almeno 30 minuti, tutti i giorni. Abbiamo già suggerito in precedenza alcuni accorgimenti che possono permetterci di raggiungere questi obbiettivi.

Per impostare un’attività fisica più strutturata le raccomandazioni variano a seconda dell’attività scelta (aerobica o di forza) e anche all’obbiettivo che ci si pone (dimagrimento, potenziamento muscolare…).

In linea generale, possiamo definire quanto segue:

  • almeno 20-30 minuti di attività aerobica per 3-5 volte a settimana (bicicletta, corsa, nuoto, giochi di squadra…);
  • esercizi muscolari/di forza 2-3 volte a settimana (pesi, attrezzi in palestra, yoga…);

L’immagine della piramide dell’attività fisica qui allegata riassume tutte le indicazioni di cui abbiamo parlato.

Qualunque sia il nostro obbiettivo, è importante, comunque, che la “prescrizione” di attività fisica venga valutata sul singolo soggetto: frequenza, durata e progressione devono essere valutati in base al grado di allenamento e alle condizioni fisiche di partenza, al tempo che si può dedicare all’attività e agli obbiettivi personali.

Per tali motivi si raccomanda sempre di fare riferimento al medico e a professionisti del settore per elaborare un programma adeguato che permetta di ottenere i migliori risultati e di scongiurare il rischio di infortuni.

Insomma, abbiamo visto insieme come uno stile di vita attivo sia determinante per mantenerci in forma e in salute, contribuendo al benessere fisico e mentale, perciò… che sia la partita a calcetto, la zumba, la passeggiata con il cane, il giro in bicicletta nel parco, l’importante è mantenersi attivi!

 

Fonti:

Walter C. Willett, “Balancing life-style and genomics research for disease prevention” – Science 2002;

Chi Pang Wem et al,“Minimum amount of physical activity for reduced morality and extended life expectancy: a prospective cohort study” – 2011

Centro ricerca terapia neurovegetativa Università degli Studi di Milano

Autosvezzamento: le novità

Mar , 2016,
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Più propriamente definito “alimentazione complementare”, l’autosvezzamento sta prendendo sempre più piede tra le neomamme per affrontare lo svezzamento dei propri bambini.

Il punto chiave di questo nuovo approccio è la volontà di far conoscere il cibo ai bambini nella maniera più spontanea e naturale possibile, dando loro la libertà di esplorare questo nuovo e sconosciuto mondo.

Rispetto allo svezzamento classico, la principale differenza riguarda la mancanza di schemi con rigide tempistiche per l’introduzione degli alimenti. Questi tendenzialmente consigliano di inserire prima certi tipi di verdure (carote, patate, zucchine), di frutta (mela, pera, banana), brodo vegetale e creme di riso, mais e tapioca, semolino. Solo in seguito si dovranno inserire, gradualmente, alcune fonti di proteine come carne e pesce, i cereali contenenti glutine, varietà aggiuntive di verdura e frutta e i cibi che contengono allergeni (pomodoro, fragole, uova…).

Alla base di questo tipo di approccio, vi è la convinzione che l’apparato digerente del bambino, abituato al solo latte materno o in formula, abbia bisogno di tempo per potersi abituare a nuovi cibi. L’introduzione graduale e posticipata di certi alimenti, inoltre, dovrebbe ridurre la possibilità di sviluppare allergie. Le più recenti ricerche scientifiche hanno però ormai smentito questa credenza e, anzi, consigliano di inserire da subito gli alimenti allergizzanti proprio per scongiurare il suddetto pericolo.

Una considerazione va fatta che in merito al fatto che spesso i tradizionali schemi di svezzamento variano a seconda del pediatra che li prescrive, lasciando perciò alcuni dubbi sulla loro reale affidabilità.

Secondo i principi dell’autosvezzamento, non è più necessaria tutta questa programmazione: il bambino deve essere libero fin da subito di sedersi a tavola con i genitori ed iniziare ad assaggiare ciò che loro consumano, sperimentando di volta in volta i nuovi sapori e lasciandosi guidare dal proprio gusto personale, cercando sempre di variare il più possibile la dieta.

Rispetto allo svezzamento classico, un’altra grande novità riguarda la consistenza del cibo: dimentichiamoci delle classiche pappe di verdura, omogeneizzati e creme varie. Gli alimenti devono essere presentati al bambino così come sono, semplicemente ridotti a bastoncini o striscioline in modo che risulti facile afferrarlo e portarlo alla bocca. Inizialmente il bambino si limiterà a mordicchiare e succhiare l’alimento, imparando a conoscerne il sapore. In questo modo non potrà certamente assumere nutrienti ed energia necessari ai suoi fabbisogni ed è questo il motivo per il quale questo tipo di svezzamento deve essere complementare all’assunzione del latte. Con il tempo il bambino incrementerà le proprie capacità masticatorie (anche prima di sviluppare i denti) e questo gli consentirà di cominciare ad ingerire quantità maggiori di cibo e di rendersi conto che questo è in grado di riempirgli lo stomaco e soddisfare la sua fame, portandolo gradualmente a ridurre la sua richiesta di latte.

Questo tipo di approccio è visto con un po’ di scetticismo perché si associa alla grande paura relativa al pericolo di soffocamento. Il pediatra Lucio Piermarini, uno dei principali sostenitori dello svezzamento complementare, sostiene però che questo pericolo non sussiste: “il bambino è in grado di gestire in bocca il cibo come noi adulti, se gli si dà la possibilità di provare. Anche i bambini, infatti, sono dotati del riflesso faringeo, ovvero una risposta che il nostro corpo mette in atto contro il soffocamento: la gola viene protetta da una contrazione muscolare che evita ai corpi estranei che arrivano a toccare la parte molle del palato o la mucosa alla base della lingua, di penetrare, rigettandoli con un conato, colpi di tosse o vomito”.

Risulta comunque fondamentale non anticipare i tempi dello svezzamento, che indicativamente si aggirano intorno ai 6 mesi di età, riconoscendo i segnali indicatori del momento in cui il bambino è pronto ad iniziare questo nuovo cammino.

Quali sono questi segnali? Il bambino deve essere capace di stare seduto diritto senza aiuto e deve aver perso il riflesso di estrusione, cioè quell’istinto innato di tirare fuori la lingua in seguito alla stimolazione della bocca (naturalmente questo riflesso facilita la suzione).

Condividere con il bambino il momento dei pasti e gli alimenti che si consumano, accompagnandolo da vicino in questa nuova esperienza, rappresenta anche dal punto di vista psicologico un aspetto molto importante nel suo percorso di crescita.

Il fatto che il bambino debba mangiare le stesse cose di cui si alimentano i grandi, offre anche la possibilità ai genitori di rivedere le proprie abitudini alimentari. Occorrerà, infatti, fare particolare attenzione alle pietanze che vengono messe in tavola, perché un bambino in fase di crescita ha necessità di una dieta equilibrata, varia e nutriente, povera di sale, grassi e zuccheri… indicazioni valide anche per noi adulti ma che spesso facciamo molta fatica a rispettare!

Adesso che abbiamo delineato gli aspetti principali di questo nuovo approccio allo svezzamento, ci rendiamo conto che, in realtà, più che una novità è un ritorno alle origini. Le vecchie generazioni, infatti, erano abituate a crescere i propri figli in questo modo molto naturale, senza l’ausilio di prodotti omogeneizzati e liofilizzati di ogni tipo.

Come professionista, mi sento di consigliare l’autosvezzamento alle neomamme, perché lo ritengo un sistema efficace per permettere al bambino di sviluppare da subito un naturale e corretto rapporto con il cibo, consentendogli di imparare a conoscere gli alimenti così come sono, con la loro forma, consistenza e sapore originari, gettando le basi per un’alimentazione variata e corretta per sostenere la crescita.

Fonti:

Piermarini L., “Io mi svezzo da solo”, 2008, Bonomi Editore

“Io mangio come voi”, Unità per la ricerca sui servizi sanitari, Ospedale materno infantile Burlo Garofolo

www.autosvezzamento.it

La testimonianza di una mamma

Lisa, la mia bimba, ha sei mesi e mezzo e da ormai tre settimane ha iniziato l’autosvezzamento.

Quando per la prima volta ho sentito parlare di questo metodo dalla pediatra, sono rimasta un pò perplessa: la dottoressa mi disse che, al compimento del sesto mese, avremmo dovuto sedere Lisa a tavola e proporle le stesse pietanze preparate per noi genitori! Fino a quel momento mi ero preparata per iniziare il classico svezzamento con pappe, creme e omogeneizzati, mi ero documentata sugli alimenti che avrei dovuto introdurre prima e quali in seguito e su cosa non dovevo far mangiare alla piccola per non correre il rischio di allergie!

All’improvviso ci troviamo invece catapultati nel mondo dell’autosvezzamento! Inizialmente siamo stati assaliti dai dubbi: come farà la bimba a mangiare il cibo degli adulti? Non è in grado di masticare, si soffocherà? Possiamo proporle anche i terribili cibi allergizzanti come uova e pomodoro?

Abbiamo iniziato quindi una nuova ricerca di informazioni, esperienze di altre mamme, consigli.

Abbiamo capito che la regola fondamentale dell’autosvezzamento è che il bimbo deve avvicinarsi agli alimenti nel modo più naturale possibile: con le sue manine deve poterlo deve toccare, pasticciare, studiare, in modo da scoprirne la consistenza. Senza alcuna forzatura, quando sarà pronto, lo porterà naturalmente alla bocca.

Fin dai suoi primi mesi di vita, Lisa è stata a tavola con noi, perché posizionandola nel suo ovetto in nostra compagnia la faceva stare tranquilla permettendoci di consumare i nostri pasti in tranquillità. Era già abituata, quindi, a partecipare al nostro rituale del mangiare a tavola, con orari precisi. Già dal quinto mese, in effetti, si era dimostrata interessata a questo nostro “strano comportamento” e ci osservava con curiosità.

Al sesto mese, si è guadagnata anche lei il suo posto a tavola, seduta bella dritta accanto a noi!

Come primo pasto le abbiamo messo davanti una patata bollita e un pezzetto di pollo ai ferri… subito ha afferrato la patata con le sue manine, schiacciandola tra le dita incuriosita dalla consistenza. Un attimo dopo ha afferrato il pollo portandolo alla bocca… non nascondo di aver vissuto un attimo di terrore quando ho visto che con le gengive ne aveva staccato un piccolo pezzo ma lei, con assoluta calma (al contrario dei genitori!) lo ha sempicemente rigirato un po’ in bocca per poi sputarlo, soddisfatta.

Chiaramente all’inizio il bambino, più che alimentarsi, si limita ad esplorare la nuova realtà del cibo. Lisa riusciva ad ingoiare solo il passato di verdura e le cose più morbide, mentre gli alimenti più solidi si limitava a succhiarli e sputarli. Pian piano, però, ha imparato ad usare le gengive per masticare e questo le ha permesso di cominciare ad ingoiare anche riso, piccoli pezzi di pasta, carne e pesce.

Lisa, come mamma e papà, è una buongustaia, e quando arriva l’ora dei pasti è felice di sedersi a tavola! Con le sue manine afferra forte il cucchiaino e spalanca la bocca!

Il mio consiglio per vivere serenamente il periodo dell’autosvezzamento è di non forzare il bimbo in in nessuna maniera e di permettergli di gestire con i suoi tempi e modi la scoperta del cibo. Non preoccupatevi se inizialmente mangia poco o rifiuta il cibo, lui sa quando e quanto alimentarsi.

Rispetto al primo momento in cui mi hanno parlato dell’autosvezzamento, ho completamente cambiato la mia opinione: non è una cosa spaventosa anzi, è il modo più naturale che abbiamo per avvicinare il nostro bambino al cibo. Sono contenta di non usare omogeneizzati o prodotti liofilizzati, creme e cremine, insomma alimenti trasformati e così diversi dalla loro forma e sapore originari che il bambino non ha la possibilità di distinguerli. Lisa sta cominciando a conoscere i colori, le forme, le consistenze e i veri sapori del cibo, sviluppando un proprio gusto personale e sicuramente gradisce tanto dividere il momento dei suoi pasti con mamma e papà!

Insomma, consiglio a tutti i genitori di scegliere la strada dell’autosvezzamento… lasciate che sia il vostro bambino a guidarvi, non ve ne pentirete!

 

Corretta alimentazione

Mar , 2016,
admin

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Televisione, riviste, internet… al giorno d’oggi siamo bombardati in continuazione da notizie relative all’alimentazione. Il cibo e tutto ciò che gli gira intorno è il protagonista assoluto, dalla cucina alla dietetica, senza dimenticare la medicina.

Si parla di cibi amici o nemici della nostra linea, di valori nutrizionali, di alimenti miracolosi panacee di ogni male o attentatori della nostra salute. Ognuno si sente in diritto di dire la propria, che ne abbia titolo o meno e di conseguenza ci ritroviamo in una giungla di informazioni, molto spesso in disaccordo tra loro, nella quale diventa difficile orientarsi e distinguere fonti attendibili da ciarlatani patentati e quindi capire su cosa ci dobbiamo basare per seguire un’alimentazione corretta.

Di chi possiamo fidarci, quindi? Semplice, di chi basa le proprio affermazioni si dati concreti e solide basi scientifiche.

Per questo, fortunatamente, ci sono organi preposti che ci vengono in aiuto, istituti scientifici nazionali ed internazionali che basano le proprie attività su ricerca scientifica, informazione e promozione della salute, tra le quali citiamo ad esempio l’italiana INRAN (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione) e l’EFSA (European Food Safety Authority).

Proprio l’INRAN si è occupata di stilare delle “linee guida per una sana alimentazione italiana”, basate sulle più aggiornate conoscenze scientifiche, cioè delle regole fondamentali che tutti noi dovremmo seguire per mantenere un’alimentazione corretta ed occuparci così della nostra salute.

Vediamo quali sono:

. Controlla il peso e mantieniti attivo

Per mantenere una condizione di normopeso è fondamentale controllare l’introito energetico, riducendo così il rischio di andare incontro a patologie tipicamente correlate all’eccesso di peso o al sottopeso.

Ugualmente importante è il controllo sulle uscite energetiche: essere fisicamente attivi ci consente di bruciare calorie e di stimolare il metabolismo e ha un effetto benefico generale su tutto l’organismo. E’ consigliabile praticare un’attività fisica moderata almeno 3 volte a settimana e cercare di ridurre la sedentarietà delle nostre giornate (camminare, fare le scale, limitare l’utilizzo dell’automobile…);

. Aumenta il consumo di cereali, legumi, frutta e ortaggi

Gli alimenti di origine vegetale sono importanti in quanto ci forniscono nutrienti preziosi per la salute, tra cui vitamine, minerali, amido e fibra. Cereali e legumi sono, inoltre, una buona fonte proteica. Prodotti a base di cereali (meglio se integrali) dovrebbero essere consumati ogni giorno, insieme ad almeno 5 porzioni di verdura e frutta, alimenti che ci aiutano a contenere l’introito calorico e a ridurre  il rischio di molte patologie;

. Grassi: scegli la qualità e limita la quantità

i grassi sono un ottimo nutriente per il nostro organismo perché, oltre a fornire energia, veicolano i nutrienti liposolubili e svolgono una funzione plastica per alcune molecole vitali. Consumati in eccesso, però, possono risultare dannosi (non devono superare il 30% dell’energia totale giornaliera). Sono da prediligere i grassi insaturi, che troviamo in pesce, oli vegetali, frutta secca, cereali, che nelle giuste dosi hanno effetti benefici sull’assetto lipidico, la funzionalità cardiaca e nella prevenzione di alcuni tumori. Da limitare, invece, i grassi saturi, contenuti tipicamente in alimenti di origine animale (pesce escluso – carne, formaggi, insaccati, burro) che hanno un impatto negativo sul sistema cardiovascolare e peggiorano il profilo lipidico;

. Limita il consumo di zuccheri, dolci e bevande zuccherate

gli zuccheri costituiscono un’importante fonte di energia ma spesso la nostra alimentazione ne è apporta quantità esagerate. Alimenti tra cui frutta e latte forniscono adeguate dosi di questo nutriente, mentre il consumo di succhi di frutta, bibite, creme e dolciumi vari ne fanno aumentare pericolosamente l’assunzione. Per soddisfare la voglia di dolce è preferibile scegliere prodotti da forno come fette biscottate o biscotti non molto elaborati piuttosto che prodotti con cioccolato, creme o marmellate. Utilizzare dolcificanti artificiali può essere utile per ridurre il consumo di zucchero.

. Bevi in abbondanza ogni giorno

Bere molto aiuta è importante per la salute, almeno 1,5 litri di acqua al giorno, di più nei periodi particolarmente caldi, quando facciamo attività fisica e in caso di febbre. Prendiamo l’abitudine a bere spesso durante il giorno, ai pasti o lontano da questi, senza attendere che compaia il senso di sete. Durante e dopo l’attività sportiva è fondamentale reintegrare i liquidi e i minerali persi: un corretto consumo di acqua, frutta e verdura ci permetterà di recuperare quello che abbiamo perso.

. Sale? Meglio poco

il sale è naturalmente contenuto negli alimenti (frutta, verdura, carne, acqua…) in quantità già sufficienti a coprire le nostre necessità. La dose che aggiungiamo alle pietanze o che introduciamo con gli alimenti trasformati, rende la nostra alimentazione troppo ricca di questo nutriente, aumentando il rischio di sviluppare patologie cardiovascolari o renali. È buona abitudine educare il nostro palato ad un gusto meno salato adoperando erbe aromatiche e spezie per dare sapore agli alimenti e limitare il consumo di alimenti ricchi in sale (formaggi, insaccati, salse, dadi da brodo…);

. Alcolici: se si, in quantità controllata

L’alcol non può essere considerato un nutriente, non è quindi necessario né utile al nostro organismo al quale fornisce solamente calorie inutilizzabili. Per i soggetti sani, un consumo moderato non deve superare 2-3 bicchieri al giorno per l’uomo, 1-2 per la donna, di alcolici quali vino o birra. E’ consigliabile evitare il consumo di superalcolici. Meglio bere in corrispondenza dei pasti o comunque non a stomaco vuoto, in maniera tale da rallentare l’assorbimento dell’alcol e astenersi completamente dal consumo di alcolici durante infanzia, adolescenza, gravidanza e allattamento, oltre che in caso di patologie particolari.

. Varia spesso le scelte a tavola

Un’alimentazione equilibrata deve fornire nelle giuste dosi tutti i micro e macronutrienti necessari all’organismo. Dato che non c’è un alimento in grado, da solo, di soddisfare questo requisito, è fondamentale variare la dieta il più possibile in modo da aumentare lo spettro di nutrienti che introduciamo. Questo significa consumare verdura e frutta di vari tipi e colori, pesce e carne di specie differenti, legumi, diversi i tipi di cereali, integrali e non, e così via. La piramide alimentare (qui allegata) ci fornisce le indicazioni in merito alle corrette frequenze di consumo dei vari gruppi alimentari. In questo modo possiamo ridurre  il rischio di squilibri e carenze nutrizionali e assicurare al nostro corpo tutto ciò di cui necessità.

 

Impostare correttamente la nostra alimentazione è fondamentale per preservare la salute ed il benessere. Per fare questo è importante farci guidare da professionisti del settore che siano in grado di darci indicazioni basate sull’autorevolezza della scienza, diffidando di sedicenti esperti e improbabili teorie alimentari che, molte volte, si basano solo su interessi economici.

 

Fonti:

Bosello O, Cuzzolaro M, “Obesità”, Il Mulino Editore, 2013;

Coleman DL, Hummel KP, “The influence of genetic background on the expression of the obese (ob) gene in the mouse”, Diabetologia, 9, n°4, 1973, pp. 294-298;

Southam L et al., “Is the thrifty genotype hypotesis supported by evidence based on confirmed type-2 diabetes- and obesity-susceptibility variants?”, Diabetologia, 52, n°9, 2009, pp. 1846-1851;

Drewnowski A, “Obesity and the Food Environment: Dietary Energy Density and Diet Costs”, American Journal of Preventive Medicine, 2004, 27, 3, pp. 154-162;

Diete lampo:funzionano?

Mar , 2016,
admin

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“Torna in forma in 1 settimana! Perdi 7 kg in 7 giorni! Il segreto per dimagrire velocemente!”.

Impossibile non aver sentito o letto almeno una volta slogan di questo tipo in televisione o su riviste e siti internet. Tramite i media, infatti, veniamo costantemente bombardati con messaggi del genere, soprattutto nei periodi “caldi” come al termine delle feste di Natale o all’avvicinarsi dell’estate e della tanto temuta prova costume!

Girando un po’ per la rete è possibile farsi una vera e propria “cultura” al riguardo e scoprire le proposte più disparate: c’è chi mette al bando i carboidrati a favore di enormi quantità di proteine, chi propone di alimentarsi di solo yogurt magro e verdure, chi assicura che mangiando 2 kg di ananas al giorno o minestroni a pranzo e cena si avrà in un batter d’occhio un fisico da modella!

Si potrebbe andare avanti una giornata elencando diete di questo tipo, dal momento che ogni stagione ne vengono proposte di nuove e sempre più fantasiose e, indovinate un po’? Ognuna di queste “funziona davvero!”!

Bè, ma se davvero è così facile e veloce ottenere risultati, come mai non viviamo in un mondo di donne e uomini con il fisico da urlo invece che in un mondo con 1 miliardo di persone sovrappeso e 500 milioni di obesi?

Per dare una risposta è necessario comprendere i meccanismi fisiologici che regolano le riserve energetiche nel nostro organismo e come questo risponde quando deve affrontare una condizione di ridotto apporto calorico.

Il nostro principale carburante è il glucosio, che tramite l’alimentazione otteniamo principalmente dai carboidrati (pasta, pane, cereali, zuccheri…). Il glucosio, oltre ad essere utilizzato per la produzione di energia, viene anche in piccola parte immagazzinato, sotto forma di glicogeno, in fegato e muscoli. Le famose diete low carb, tanto di moda da diversi anni, le quali spesso prevedono anche una drastica restrizione calorica, portano il nostro organismo a dover utilizzare queste scorte. Dal momento che le molecole di glicogeno hanno la capacità di legare acqua, quando vengono utilizzate portano di conseguenza anche alla perdita di liquidi, motivo principale per cui nelle fasi iniziali della dieta si ha subito un’immediata perdita di peso.

Come abbiamo detto, le scorte di glicogeno sono esigue e perciò si esauriscono rapidamente. Il nostro organismo però non può permettersi di rimanere senza glucosio, in quanto alcuni organi utilizzano esclusivamente, o quasi, questo nutriente per il loro funzionamento, come ad esempio il cervello e i globuli rossi. Per questo motivo, se il glucosio non viene introdotto con l’alimentazione, il nostro corpo è costretto a produrlo autonomamente e può farlo utilizzando le proteine contenute nei muscoli, le quali vengono smantellate e trasformate con una serie di reazioni metaboliche.

Questo ci fa capire che il peso che vediamo calare così rapidamente grazie a queste diete lampo molto drastiche, è dato non solo da perdita di grasso ma anche, purtroppo da perdita di muscolo. Questa conseguenza è molto negativa per noi perché provoca un abbassamento del metabolismo basale, ovvero di quell’energia che il nostro corpo consuma per il mantenimento delle funzioni vitali e che giornalmente viene consumata anche rimanendo in condizioni di assoluto riposo. Diversi fattori concorrono ad influenzare il metabolismo basale, uno di questi è proprio la quantità ti massa magra presente nell’organismo, perché il muscolo è il tessuto più metabolicamente attivo. Tradotto in parole povere, più muscolo abbiamo, più calorie riusciamo a bruciare anche stando fermi, più massa muscolare perdiamo più diminuirà la nostra spesa energetica giornaliera.

Oltre a questo, quando si mantiene una dieta ipocalorica per un certo periodo di tempo, il nostro metabolismo basale tende ad abbassarsi anche a causa di una sorta di meccanismo di difesa che si innesca quando il corpo si ritrova a dover affrontare una diminuzione dell’introito energetico, perché questa viene interpretata come una situazione di pericolo.

Teniamo a mente che il nostro organismo è governato da meccanismi fisiologici che si sono sviluppati in tempi remoti, quando l’ambiente in cui l’uomo viveva era ostile e tipicamente povero di risorse, è quindi programmato per riuscire ad ottimizzare al massimo le risorse che ha a disposizione in modo da favorire la sua sopravvivenza.

Questi ancestrali meccanismi dunque, vengono attivati quando ci ritroviamo a seguire una dieta fortemente restrittiva dal punto di vista calorico perché il nostro organismo legge questa situazione come una mancanza di risorse nell’ambiente in cui vive che quindi non potrà soddisfare i suoi fabbisogni. Entra così in allarme e in tutta risposta attiva una sorta di modalità a “risparmio energetico” abbassando i consumi (ovvero il metabolismo basale) e cercando di ottimizzare al meglio l’utilizzo dei nutrienti che riceve. Ciò significa che quello che mangiamo viene assimilato e depositato in misura maggiore ma, se questo meccanismo era fondamentale per l’uomo ai tempi delle carestie, ai giorni nostri e in un contesto di dieta, diventa controproducente perché, una volta terminata la dieta lampo di turno, tornando a mangiare normalmente, tenderemo ad assimilare di più non solo i nutrienti ma anche le calorie che ingeriamo, favorendo la ripresa del peso perso.

Questi sono i principali motivi per cui è così semplice riprendere i kg eliminati nel breve periodo in cui ci sacrifichiamo per seguire questi estremi regimi alimentari: parte del peso perso è rappresentato da liquidi che vengono poi reintegrati facilmente e un’altra buona fetta è data da quei kg persi in maniera scorretta (massa muscolare) che vengono poi rapidamente recuperati a causa dei meccanismi di cui abbiamo appena parlato.

Ma non è tutto. I kg che recuperiamo mangiando, infatti, sono dati essenzialmente da una deposizione di riserve di massa grassa, non certo di massa muscolare, perché per ricostruire quest’ultima non è sufficiente mangiare, ma occorre far lavorare e crescere il muscolo con attività fisica.

Il guaio è che molte persone si ritrovano a combattere costantemente con i kg di troppo, a causa di alimentazione e stili di vita scorretti, e si ritrovano regolarmente a cadere in questa trappola delle diete lampo, illudendosi ogni volta che sarà quella buona e che riusciranno a raggiungere e mantenere una linea perfetta a furia di ananas e spremute di limone!

Purtroppo, invece, immancabilmente queste aspettative vengono tradite, favorendo il cosiddetto “effetto yo-yo”. Adesso sappiamo, però, questo continuo perdere e riprendere peso va progressivamente a modificare in maniera negativa la nostra composizione corporea, favorendo, di volta in volta, una diminuzione della massa magra a favore di quella grassa.

Ci siamo quindi dati una risposta alla domanda posta all’inizio di questo articolo: rimettersi in forma non è affatto semplice perché non è sufficiente perdere peso ma occorre farlo in maniera corretta altrimenti si rivela controproducente.

Sarebbe bello poter avere soluzioni rapide ai nostri problemi di peso e ottenere risultati in tempi brevi e con poco sforzo. E’ però un errore pretendere una risoluzione veloce per un problema di lunga durata, ovvero un comportamento alimentare scorretto portato avanti per mesi o anni.

Per avere un dimagrimento efficace e duraturo, occorre ottenerlo in maniera corretta. Per farlo c’è bisogno di tempo, pazienza e costanza e soprattutto di una dieta impostata su linee guida sensate, calibrata sulla persona e bilanciata, che abbia come obbiettivo non solo favorire la perdita di peso ma, ancor più importante, insegnare le basi per alimentarsi in maniera corretta, in modo tale che, una volta terminata la dieta ipocalorica, la persona abbia gli strumenti per mantenere, questa volta per davvero, i risultati ottenuti.

Tutto ciò non può essere improvvisato, è fondamentale rivolgersi a professionisti del settore che siano in grado di elaborare un corretto percorso dietetico personalizzato che risponda alle nostre esigenze, per permetterci di raggiungere i risultati sperati, non solo per la nostra linea ma anche per la nostra salute.

Fonti:

“Standard italiani per la cura dell’obesità”, SIO – ADI, 2012/2013;
Bosello O, Cuzzolaro M, “Obesità”, Il Mulino Editore, 2013;
Costantini AM, Cannella C, Tomassi G, “Alimentazione e nutrizione umana”, Il Pensiero scientifico editore, 2011;

Eccesso di peso, il dna?

Mar , 2016,
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Troppo spesso per giustificare situazioni di eccesso di peso sentiamo pronunciare frasi come “ho l’ossatura grossa”, “è costituzione”, “siamo tutti grossi in famiglia”, ecc…

Ma davvero è così determinante l’influenza di fattori genetici nello svilupparsi di condizioni di sovrappeso e obesità o, piuttosto, è il nostro stile di vita il vero responsabile? Cerchiamo di darci una risposta.

L’obesità è definita in ambito medico come una “condizione morbosa a genesi multifattoriale”. L’accumulo di grasso corporeo è provocato essenzialmente da un bilancio energetico positivo prolungato nel tempo, che si verifica quando le entrate alimentari superano i consumi energetici dell’organismo.

Un concetto apparentemente semplice ma non sempre è facile comprendere i meccanismi che stanno alla base. Nel corso degli anni, infatti, il mondo scientifico ha individuato numerosi e differenti elementi eziopatogenetici che possono essere coinvolti: stili di vita e caratteristiche ambientali, alimentazione sregolata, difetti metabolici, profilo ereditario, uso di farmaci, condizioni sociali ed economiche, stati psicopatologici.

Questi elementi vengono generalmente classificati in due grandi gruppi: fattori ambientali e fattori genetici.

Che vi sia anche una componente ereditaria nello sviluppo dell’obesità non è una sorpresa. E’ nota da tempo, infatti, la tendenza di soggetti consanguinei a sviluppare questa condizione, ma lo stesso non si può dire in merito al peso reale che la componente genetica può avere rispetto a quella ambientale.

Le prime indicazioni in tal senso sono giunte da studi statistico-epidemiologici condotti su persone adottate: i valori di IMC (indice di massa corporea, ottenuto dal rapporto tra peso e altezza) degli individui adottati in genere risultano essere più simili a quelli dei genitori e dei fratelli biologici piuttosto che di quelli dei membri della famiglia di adozione (con i quali i soggetti condividono lo stile di vita).

Altri studi condotti su gemelli obesi hanno dato però risultati discordanti, suggerendoci che, su soggetti con vulnerabilità genetica rispetto all’obesità, sono i fattori ambientali che giocano il ruolo primario nell’effettivo sviluppo di questa condizione, lasciando quindi la questione ancora aperta alla discussione.

Oltre agli studi epidemiologici, importanti dati sono stati raccolti anche grazie a studi di laboratorio effettuati su roditori: è stata individuata, in topi obesi, la mutazione di alcuni geni che regolano la sintesi di una particolare sostanza, la leptina, o dei recettori che le permettono di agire. La leptina ha l’effetto di diminuire il senso di fame e di aumentare la spesa energetica ed è presente anche negli uomini. Nell’uomo sono state individuate anche altre diverse mutazioni genetiche che possono favorire lo sviluppo della cosiddetta “obesità monogenica”, ma sono condizioni assai rare.

In merito alla molto più diffusa “obesità comune”, sembra possa esserci un’influenza genetica dovuta a numerosi geni di suscettibilità che causano un aumento del rischio, stimato al 30%, di sviluppare questa condizione ma che, da soli, non sono sufficienti a determinarla.

Insomma, i dati che la comunità scientifica ci mette a disposizione, ci portano a pensare che nella maggioranza di casi di obesità non ci sia alla base un difetto genetico quanto, semmai, un generale assetto genetico programmato all’accumulo e al risparmio di energia. La motivazione di questo va ricercata nella storia del genere umano e ci viene proposta dall’ipotesi del genotipo risparmiatore, secondo la quale questo tipo di assetto si è perfezionato per selezione naturale nel corso dei millenni per far fronte ai periodi di carestia che l’uomo ha dovuto affrontare. Se tale profilo genetico, un tempo, era fondamentale per la sopravvivenza, diventa controproducente in un ambiente obesogeno come quello odierno, rendendo gli essere umani molto vulnerabili all’accumulo di peso in eccesso.

Capiamo, dunque, che l’influenza genetica legata all’obesità è qualcosa di reale, su cui però sono i fattori ambientali a giocare un ruolo determinante nello svilupparsi dell’innata inclinazione umana ad accumulare peso, o meglio, riserve energetiche.

Ancora una volta, interessanti conferme ci vengono da studi epidemiologici, condotti sulle migrazioni dei popoli: sono state osservate notevoli differenze nella prevalenza di obesità (e patologie correlate) tra gruppi di popolazione di uno stesso ceppo etnico stanziate nelle zone rurali di origine, dove l’alimentazione è povera di grassi e ricca di vegetali, e gruppi spostatisi in grandi città e adeguatisi ad una dieta ricca di grassi e zuccheri semplici.

Un altro esempio è dato dalla progressiva occidentalizzazione dei paesi in via di sviluppo che ha portato ad una modifica della dieta e delle stile di vita causando un forte aumento della diffusione di sovrappeso e obesità in popoli tradizionalmente non soggetti a queste problematiche.

La tendenza al cambio di alimentazione è stata studiata dai sociologi, i quali hanno evidenziato come negli ultimi decenni vi sia stata una progressiva transizione verso cibi ad alta densità energetica, motivata forse proprio dall’ancestrale necessità dell’uomo di accumulare riserve energetiche. Sappiamo, inoltre, che i cibi ricchi di zuccheri e grassi sviluppano un maggior senso di piacere in chi li consuma e hanno un minor potere saziante rispetto agli alimenti di origine vegetale, il che porta ad alimentarsi in misura maggiore.

Tra le cause di questo fenomeno di transizione alimentare vi sono sicuramente alcuni cambiamenti sociali che si sono verificati nella storia recente: l’urbanizzazione; l’emancipazione femminile; il ritmo di vita sempre più frenetico che ha ridotto il tempo a disposizione per cucinare e portato all’enorme diffusione di prodotti già pronti, di buona palatabilità ma, spesso, dal basso valore nutrizionale e ricchi di grassi; la maggior accessibilità economica di prodotti ad alta densità energetica come dolciumi, snack confezionati, bibite, fast food, rispetto ad alimenti più sani e meno calorici come frutta, verdura e cereali; strategie commerciali e pubblicitarie sempre più aggressive ed efficaci, a beneficio di cibi a basso valore nutrizionale come quelli appena citati.

Parlando di fattori ambientali non vanno considerati però solo quelli strettamente legati all’alimentazione, bisogna anche considerare la grande importanza dell’attività fisica e della sempre maggiore tendenza alla sedentarietà. Con questo non ci riferiamo solo alla pratica di esercizio fisico o sport vero e proprio, ma in generale allo stile di vita giornaliero che riguarda il movimento dovuto all’attività lavorativa, agli spostamenti e a tutte le attività quotidiane che oggigiorno comportano una spesa energetica media drasticamente inferiore rispetto al passato, grazie (o per colpa) all’avanzamento tecnologico e alle sempre maggiori comodità che questo garantisce.

Per concludere, quanto visto in questo articolo ci porta ad affermare che il grosso problema dell’epidemia contemporanea di obesità è figlio della compartecipazione di diversi fattori.  Ma, se è vero che su alcuni meccanismi genetici non abbiamo modo di intervenire, è invece nostra diretta responsabilità agire su tutti quei fattori ambientali modificabili su cui abbiamo il controllo e che possiamo racchiudere nell’espressione “stile di vita”.

Smettiamo quindi di cercare scuse nel dna o nell’albero genealogico, perché, come abbiamo visto, ciò che siamo o potremmo essere è in definitiva determinato dalle nostre scelte.

 

Fonti:

Bosello O, Cuzzolaro M, “Obesità”, Il Mulino Editore, 2013;
Coleman DL, Hummel KP, “The influence of genetic background on the expression of the obese (ob) gene in the mouse”, Diabetologia, 9, n°4, 1973, pp. 294-298;
Southam L et al., “Is the thrifty genotype hypotesis supported by evidence based on confirmed type-2 diabetes- and obesity-susceptibility variants?”, Diabetologia, 52, n°9, 2009, pp. 1846-1851;
Drewnowski A, “Obesity and the Food Environment: Dietary Energy Density and Diet Costs”, American Journal of Preventive Medicine, 2004, 27, 3, pp. 154-162;

Test intolleranze alimentari

Mar , 2016,
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Test intolleranze alimentari: sono davvero attendibili?

Negli anni si è riscontrato un forte aumento del numero di persone che lamentano disturbi di vario genere correlati all’assunzione di determinati alimenti e che si ritengono di conseguenza affetti da intolleranze alimentari. Tra i sintomi più frequentemente riscontrati ci sono senso di gonfiore, problemi digestivi, dolori addominali, nausea, mal di testa, diarrea, aumento di peso.

Di pari passo, nel tempo, si sono moltiplicati i test mirati ad identificare queste presunte intolleranze, basati su diversi principi più o meno scientifici e, conseguentemente, più o meno affidabili. A dimostrazione di questo, è stato stimato che solamente il 10% dei casi di intolleranze individuati tramite questi test siano effettivamente reali.

Cerchiamo innanzitutto di spiegare cosa sono le intolleranze alimentari e cosa le differenzia dalle allergie.

Per farlo ricorriamo alla definizione che ci fornisce l’Accademia Europea di Allergologia ed Immunologia Clinica, la quale utilizza una definizione generale di reazione avversa al cibo, distinguendo poi due grandi classi: i disturbi mediati da meccanismi immunologici, le allergie, e i disturbi non mediati da meccanismi immunologici, le intolleranze.

Un’ulteriore classificazione differenzia le reazioni di natura non tossica (allergie e intolleranze), legate quindi ad una suscettibilità individuale, da quelle di natura tossica, legate a contaminazione del cibo ingerito (muffe, batteri, sostanze chimiche) o alla presenza di veleni naturali (funghi, determinati tipi di animali o piante).

Schema

Le allergie, quindi, sono risposte esagerate dell’organismo che colpiscono soggetti predisposti, causate da sostanze che comunemente sono considerate innocue. Questi soggetti non sono in grado di sviluppare tolleranza verso queste sostanze che causano quindi una reazione anomala del sistema immunitario, con conseguente produzione di anticorpi e rilascio di istamina e altre molecole che scatenano i sintomi allergici (gonfiore, prurito, asma, vomito, diarrea, shock anafilattico…).

Le intolleranze non hanno invece alla loro base una risposta di tipo immunitario, ma sono regolate da altri meccanismi. Possiamo fare un’ulteriore classificazione, distinguendo quelle di tipo enzimatico, causate da una carenza di enzimi che genera un’incapacità dell’organismo di metabolizzare determinate sostanze contenute negli alimenti. Tra le più comuni ricordiamo l’intolleranza al lattosio, dovuta a carenza o mancanza totale dell’enzima lattasi. Vi sono intolleranze di tipo farmacologico, scatenate dalla presenza in alcuni alimenti di sostanze con attività, appunto, farmacologica, come istamina, teofillina, caffeina o alcol etilico. Infine troviamo il gruppo delle intolleranze indefinite che possono essere causate da alcuni additivi alimentari (conservanti, coloranti, correttori di acidità…).

Come possiamo vedere, l’argomento è molto vasto e a tutt’oggi presenta molti aspetti ancora non ben chiari anche per gli esperti in materia. Una delle questioni più controverse riguarda proprio le procedure diagnostiche utilizzate per la diagnosi di questi disturbi e la loro efficacia.

I test più attendibili sono quelli attualmente utilizzati per l’individuazione delle allergie, tra i quali troviamo i test cutanei (prick test), la ricerca di anticorpi IgE alimento specifici (RAST) e i test istologici con biopsia intestinale. Nonostante la loro validità, però, non sono in grado di garantire un’affidabilità diagnostica per tutti i tipi di allergie o per l’individuazione precisa dell’alimento scatenante.

Un altro strumento a disposizione è la dieta ad eliminazione, con la quale si sospende l’introduzione di alimenti sospetti per valutare un eventuale miglioramento o sparizione dei sintomi. In seguito si procede con una graduale reintroduzione dei cibi eliminati e/o con un test di provocazione (effettuato sotto controllo medico) per valutare la reale suscettibilità al cibo preso in considerazione.

In merito alle intolleranze, la questione si fa un po’ più fumosa…

Numerosi sono i test diagnostici a disposizione, il problema è che la loro efficacia è tutta da dimostrare.

Torniamo quindi alla domanda che ci siamo posti nel titolo di questo articolo: i test per le intolleranze alimentari sono davvero attendibili?

La comunità scientifica si è già posta il problema prima di noi e la risposta che ci fornisce è la seguente: molto poco.

Prima di capire il perché, vediamo nel dettaglio come sono strutturati i test principalmente utilizzati:

Vega test: si basa sui principi della bioenergetica secondo la quale alcune sostanze sono in grado di influire sui campi magnetici dell’organismo. Il test si esegue con un apparecchio munito di elettrodi, uno dei quali viene posto sulla mano del paziente mentre l’altro è collegato al macchinario stesso, nel quale sono inserite delle fiale contenenti estratti omeopatizzati (ovvero diluiti in maniera infinitesimale) di svariati alimenti. La presenza di eventuali intolleranze viene individuata se si riscontrano variazioni di potenziale sulla pelle causate dal contatto con la sostanza incriminata;

Test del capello: anch’esso è basato sulla biorisonanza. Come il resto del corpo, anche il capello emette una sua specifica frequenza che può essere analizzata per valutarne eventuali alterazioni dovute al contatto con le sostanze in esame;

DRIA test: misura la variazione della forza muscolare in seguito alla somministrazione per via sublinguale di alcune gocce di preparati alimentari. Il soggetto, tramite una cinghia fissata ad una caviglia, deve esercitare una trazione su una cella di carico collegata ad un computer che analizza eventuali variazioni della curva di sforzo prima e dopo la somministrazione;

Kinesiologia: ancora una volta si valuta la perdita di forza muscolare. Al soggetto vengono fatte stringere delle fialette contenenti l’alimento indagato dopodiché l’operatore misura la variazione di forza, in particolare del muscolo della spalla, contrastando il movimento di spinta del braccio del soggetto;

Test citotossico: il soggetto viene posto in contatto con l’antigene ricavato dall’alimento e successivamente viene analizzato il suo sangue. L’operatore valuta eventuali cambiamenti nella forma dei globuli bianchi, il che renderebbe il test positivo;

ALCAT-Test: sulla falsa riga del test citotossico, si effettua anch’esso tramite analisi ematiche ma invece dei globuli bianchi vengono analizzati specifici elementi corpuscolati del sangue e l’analisi è computerizzata;

Test del DNA: Tramite campione salivare viene effettuato il test del DNA che dovrebbe essere in grado di determinare la suscettibilità nei confronti di 600 diversi alimenti;

Abbiamo visto come i diversi test si basano su principi differenti per l’individuazione delle intolleranze. Come dicevamo, la comunità scientifica si è mossa per valutare l’effettiva efficacia di queste metodologie, conducendo al riguardo diversi studi nei quali sono state analizzate e messe a confronto le diverse procedure, eseguendo ance più volte gli stessi test sulle medesime persone. I risultati emersi da questi studi hanno evidenziato molti punti deboli, vediamoli in dettaglio:

  • scarsa riproducibilità: questo significa che se uno stesso test viene effettuato più volte di seguito o eseguito in strutture o da operatori differenti, i risultati appaiono discordanti;
  • scarsa accuratezza predittiva (sensibilità): in diversi studi controllati, i test non si sono dimostrati efficaci nell’identificare intolleranze (ma anche allergie) già note;
  • bassa specificità: spesso i test danno dei falsi positivi, ovvero individuano intolleranze non riscontrabili nella realtà;
  • soggetti ad interpretazione personale: gli esami che comportano una valutazione soggettiva da parte di un operatore (stima della variazione della forza, valutazione visiva della forma dei globuli bianchi) sono a forte rischio di errore interpretativo e peccano, per definizione, di oggettività;
  • errati principi di base: il razionale su cui si fondano risulta biologicamente poco plausibile;

Tutti questi elementi, hanno portato i maggiori esperti nel settore a dichiarare in maniera concorde che questi test non hanno validità scientifica e non possono essere quindi considerati degli strumenti affidabili per confermare la presenza di intolleranze alimentari.

Gli unici test che sono stati validati scientificamente sono solamente due: i test per la diagnosi di celiachia, che comportano analisi del sangue per la ricerca di determinati anticorpi e la biopsia della mucosa intestinale e il breath test, usato per diagnosticare l’intolleranza al lattosio.

Il problema maggiore legato alla grande diffusione di questi test poco attendibili, che sono peraltro molto costosi, è dato dal fatto che, nella maggior parte dei casi, i risultati che emergono dai test riportano positività verso un gran numero di alimenti, tra cui molti vegetali e farine. Questo porta le persone a modificare in maniera inutile, scorretta e dannosa la propria alimentazione, impoverendo la propria dieta e rischiando di andare incontro a carenze nutrizionali.

Chi si sottopone a questi test, spesso si convince della loro efficacia perché, andando a modificare la dieta ottengono una significativa perdita di peso, la quale però generalmente è semplicemente dovuta alle forti restrizioni che vengono applicate alla dieta stessa.

 

Per concludere, nel caso in cui venga riscontrata una reazione avversa legata al consumo di un particolare alimento o si manifestino dei sintomi che fanno sospettare un’intolleranza, il mio consiglio è di rivolgersi a professionisti seri che si avvalgono di strumenti corretti quali sono i  test validati e le diete ad esclusione, evitando di ricorrere a test fantasiosi, inefficaci e, soprattutto, potenzialmente dannosi per la salute… oltre che per il portafoglio!

 

Fonti:

Ministero della Salute (http://www.salute.gov.it).
Niggeman b, gruber c. “Unproven diagnostic procedures in IgE mediated allergic diseases”.
Wuthrich b. “Unproven techniques in allergy”.
Bruijnzeel-Koomen C., Ortolani C., Aas K., et al. “Adverse reaction to food (position paper of European Academy of Allergology and Clinical Immunology) Allergy 50,623,1995.
American Academy of Allergy and Immunology National Institute of Allergy and Infectious Diseases: Adverse reaction to food. Bethesda, Md, National Institute of Health, NIH Publication No 84-2422, 1984, p.1-6.

Tai Chi Chuan Monza

Mar , 2016,
admin

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Scopriamo il fascino del Tai Chi Chuan

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce lo stato di salute come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente l’assenza di malattia e di infermità”.

Una condizione, quindi, che va a toccare tutte le dimensioni dell’essere umano. Certo questo stato di benessere a 360° non è un obbiettivo facile da raggiungere, soprattutto nella nostra società frenetica che ci lascia ben poco tempo ed energie per occuparci di noi stessi.

Non è mai troppo tardi, però, per cambiare le nostre abitudini, impegnandoci ad intraprendere una stile di vita che ci permetta di raggiungere questo benessere generale, agendo in particolare sull’alimentazione, l’esercizio fisico e lo stato mentale.

Nei precedenti articoli pubblicati su questo sito, abbiamo già parlato degli svariati benefici legati alla corretta alimentazione e alla pratica di regolare attività fisica. In relazione a quest’ultimo tema, possiamo affermare che esistono alcune discipline sportive che alla loro base hanno proprio la filosofia della ricerca dell’equilibrio e del benessere che vadano a toccare tutte le sfere della nostra persona: le arti marziali.

Tra le più diffuse e apprezzate c’è senz’altro il Tai Chi Chuan. In molti potrebbero non sapere di cosa stiamo parlando, andiamo perciò a conoscere un po’ meglio questa antica disciplina tramite le parole di Remo Giorgi, il quale è istruttore certificato di Tai Chi e 4° grado di cintura nera di Shaolin Ch’uan, nonché operatore shiatsu:

“Il Tai Chi Chuan è uno dei più noti stili interni di Kung Fu. Letteralmente il suo nome significa “boxe della suprema polarità” e sta ad indicare che questo tipo di arte marziale si basa sulle leggi che, secondo la filosofia orientale, regolano l’alternarsi dei due principi base dell’universo: lo Yin e lo Yang.

Non è solo un’arte marziale non violenta, può anche essere scelto come ginnastica morbida per la salute di corpo e mente e considerarsi come una forma di meditazione dinamica, in quanto eseguita in movimento. Ognuno di noi può imparare a praticarlo e trarne benefici.

Lo stile Yang prevede delle tecniche morbide, eseguite con movimenti lenti, è quindi consigliabile per tutti coloro che sono alla ricerca di una condizione di salute psicofisica, che stimola e potenzia l’energia vitale”.

Merita una considerazione anche l’affascinante mondo dello shiatsu:

“Questa pratica viene eseguita tramite una pressione delle mani esercitata da chi esegue il trattamento. Lo shiatsu favorisce un miglioramento della qualità di vita ma non è da intendere come una terapia alternativa mirata alla cura di patologie ma come un processo naturale di “autoguarigione” correlato ad un miglioramento generale della vitalità”.

Tutte queste discipline, se praticate con regolarità e passione, possono aiutarci a bilanciare e gestire lo stress delle nostre vite sempre più accelerate e non dovremmo mai dimenticare di ritagliarci del tempo per noi stessi per ritrovare quella serenità e quel benessere che ci possono aiutare a raggiungere e mantenere un buono stato di salute.

 

Per avere maggiori informazioni sull’affascinante mondo delle discipline orientali:

 

Remo Giorgi
Istruttore esperto di arti marziali
Shaolin Ch’uan  – T’ai Chi Ch’uan
Operatore Shiatsu
339 4818559
remogiorgi77@libero.it

  • Nel 1985, all’età di 8 anni, inizio la pratica del Kung Fu della scuola Chang sotto la guida del maestro Riccardo Paresce.
  • Nel 1990 il Maestro Chang Dsu Yao in persona mi consegna la cintura nera primo grado di Shaolin Ch’uan.
  • Nel 1992 continuo a praticare sotto la guida del maestro Ignazio Cuturello.
  • Nel 2000, spinto dalla passione che provo per questa disciplina, inizio l’insegnamento.
  • Nel 2006 ricevo il primo diploma di istruttore.
  • Nel 2012 ottengo il 4° grado di cintura nera di Shaolin Ch’uan.

A oggi continuo lo studio e la pratica sia dello Shaolin che del T’ai Chi Ch’uan, come allievo, per approfondirne la conoscenza e come istruttore per diffondere questa magnifica arte marziale.